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12 Dicembre 2018
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LA GRANDE STORIA DI UNA GLORIOSA SOCIETA'....
"FAR BENE E LASCIAR DIRE" UN MOTTO INDELEBILE E DURATURO NEL TEMPO...
CENISIA.....CHE STORIA !!!!!........Capitolo 1
A Torino, il 13 aprile 1919, si riunì per la prima volta l'assemblea federale della FIGC, dove i novantasette delegati confermarono l'onorevole Montù a presidente e, come vice, Pasteur e l'ingegner Mauro.
Reduce da quell'assise, cui aveva assistito un po' per curiosità e molto perché già appassionato del fulbal, Bartolomeo Tamiatto, operaio della Borgata Cenisia ch'era solito frequentare il Bar Norge di via Frejus angolo corso Racconigi, decide con alcuni fidati amici di dar corpo ad una squadra di calcio che, appunto, chiamarono Cenisia.
E nacque una favolosa avventura!
Il campo di calcio, situato a fianco di quello che ora si chiama corso Rosselli, tra la ferrovia e stendue di granturco (lì, allora, si era già in campagna!) ospitò per alcuni decenni le gesta delle violette di Borgo San Paolo. Il nome crebbe, si cementò nell'area sportiva cittadina e cominciarono le prime rivalità: Guerin, Vanchiglia, Virtus e Cenisia erano divenute la crema del calcio a Torino.
Nel frattempo il Ceni (era ed è il diminutivo che contraddistinse le violette) vinceva tre titoli metropolitani nell'ULIC (i cosiddetti Liberi) e marciava a tutto spiano.
Era comunque l'epoca del pionierismo. I giocatori, quei pochi dirigenti che si cimentavano nell'organizzazione, alcuni tifosi, magari i vicini di casa o l'amico di giochi, provvedevano a tutto. Chi lavava la muta, chi tracciava il campo, chi prestava la bici a chi neanche quella aveva e nella borsa, per le trasferte lunghe sino a Rivoli, c'era sempre una pagnotta con un pezzo di formaggio.
Eppure il Cenisia continuava a progredire, continuava a vincere, si distingueva. Era un traguardo, non un luogo di transito.
E poi i primi tornei estivi con un pubblico che le nostre società attuali si sognano di catturare. E' vero non c'era la TV, ma il calcio, qualsiasi calcio fosse, attirava folle ragguardevoli.
At torneo "Campo d'Argento", cui non disdegnavano di partecipare anche i professionisti come Gabetto, Prato, Bo, non era difficile vedere assiepati ed urlanti più di mille persone per sera attorno ad un campo con scarse tribune, ma con al centro alta qualità pedestre. Il Cenisia lo vinse tre volte a dimostrazione delle qualità societarie.
Non abbiamo, purtroppo, potuto reperire tanti, troppi cimeli andati distrutti nel corso degli anni (si sa, a volte rocambolesche presidenze lasciano… tracce di vuoto!), non sempre le testimonianze collimano ed allora è meglio sorvolare, ma dagli antichi appassionati del nostro calcio di borgata è stato possibile ricostruire una fetta di storia calcistica (torinese? piemontese? italiana? Fate voi!) e su queste basi andiamo a raccontare. Ecco perché la sparuta iconografia di quegli anni, ecco il perché degli archivi vuoti. Ma la memoria vive e su quella contiamo di far presa.
Ed arrivò la seconda guerra mondiale.

Capitolo 2
Il Ceni non mollò del tutto, continuò, anche se sporadicamente, a disputare partite che dire regolari era solo un eufemismo. Non rare le volte che si doveva interrompere il match al sibilo delle sirene e, senza aspettare il fischio dell'arbitro, correre al più vicino rifugio antiaereo, con una fifa addosso che quasi ti gelava il sangue.
Ma anche in queste occasioni non mancava il fatto curioso che, quasi, sdrammatizzava la situazione. Si era verso la fine del '44 ed all'ennesimo suonar di sirena aerea annunciante un prossimo bombardamento, ci fu un fuggi-fuggi generale.
Rubatto, dirigente, allenatore, massaggiatore, magazziniere e chissà cos'altro ancora, di quei tempi, giunto nel rifugio prese a contare i giocatori. D'un tratto si mise a gridare: "Fioi, ai manca Taricco". Tutti a guardarsi attorno e a contarsi. Era vero, mancava proprio "Cecu" Taricco. Mentre si ragionava sul da farsi ed erano passati quindici minuti, taricco arrivava trafelato con, lontani, gli echi del bombardamento. Sempre in divisa da gioco ma con un bellissimo paio di scarpe mocassino in mano. "Scuseme, giuanott - erompeva il giocatore - ma se purtavo nen a ca ste scarpe nove, mia mare an masava!" Era corso, non visto, negli spogliatoi ed aveva recuperato il prezioso indumento. Pur in quell'ambiente, una risata pazzesca era sgorgata naturale in tutti gli astanti.
Come Dio e… qualcun altro volle, anche questa seconda catastrofe finì. E ci si immerse nuovamente, con quello che restava, nella vita calcistica. Ma nel frattempo era sorto il problema del campo di gioco.
Eliminato quello di corso Rosselli dove per tanti anni le violette avevano impazzato, si cercò una soluzione momentanea, in attesa dell'evolversi urbanistico della città.
Si andò in affitto addirittura a Collegno, a destra di corso Francia, prima della ferrovia per Modane, poi un giocatore famoso del Cenisia, Teresio Dutto che, evidentemente, aveva un cervello eccezionale e capacità imprenditoriali non comuni, brigò in modo tale con il sindaco di quei tempi, Negarville, da riuscire ad ottenere il permesso di usufruire del terreno, un vero boschetto in città, situato tra il Bocciodromo di via Frejus e il corso Vittorio Emanuele, bloccato all'altezza dell'allora inesistente piazza Adriano e quindi isola verde per la prima periferia cittadina.
Ci fu un vero e proprio blitz! Di notte o con il favore del buio Dutto e i compagni, i pochi dirigenti ed i soliti amici-tifosi, segarono, tagliarono, livellarono e diedero vita all'attuale Campo Cenisia di via Cesana 12.
Era giunta l'ora di fare le cose in grande, di elevarsi, di costruire un Cenisia imperiale!
Stava per arrivare il primo artefice delle fortune viola: l'industriale tessile Gatto si accingeva a diventare presidente della società.

Capitolo 3
Con Gatto niente fu come prima. Tanta professionalità, allenatori di prestigio, dirigenti assolutamente impareggiabili impressero un'impronta al club che in pochi anni, e siamo negli anni cinquanta, portarono la società a primeggiare in Piemonte, prima ed in Italia subito dopo.
Gatto non pensò solo alla prima squadra, ma con l'arrivo di quell'autentico Richelieu che risponde al nome di Dario Borgogno (non ce ne voglia il dott, ma questo nomignolo glielo affibbiarono altri in quell'epoca!), il settore giovanile aumentò esponenzialmente le sue potenzialità Dal 1954 al 1963, periodo in cui Borgogno ricoprì la carica di Direttore Generale del Cenisia, la società arrivò a militare in Serie D (obiettivamente la si poteva considerare una C attuale) e a vincere quattro scudetti con gli Juniores (o Ragazzi come si chiamava la categoria al tempo dei primi due titoli) ed una Coppa Nazionale Primavera, paragonabile all'attuale Coppa Italia ma che si svolgeva tra ben 246 squadre di tutta la nazione, professioniste, semiprofessioniste e dilettanti.
Fu un vero boom!
Ma come si era arrivati a questi risultati? Prima di tutto, come detto, le capacità manageriale di Gatto e Borgogno. Poi l'inserimento di dirigenti ad hoc, e il segretario Giuliano Molinari fu tra questi ed infine la scelta tecnica degli allenatori.
Bertolini, Depetrini, Fusero, Pellini: e chi se li può scordare? Allenatori di tal fatta avrebbero fatto grande qualsiasi squadra, ma chi aveva scelto i giocatori per formare formazioni eccezionali? Certamente con il loro avallo, ma senza il fiuto, le capacità, a volte il cinismo di Borgogno non crediamo si sarebbe giunti a tanto. Molinari, sentito in questi giorni, si schernisce, ma molti tasselli andati a sistemare un organico di già competitivo, erano stati scelti da questi uomini. Non per niente, negli anni a venire, finirono per essere coinvolti in attività dirigenziali ad alto livello nazionale ed internazionale. Insomma, la scuola Cenisia non valeva solo per i calciatori, ma anche per coloro che dell'organizzazione societaria ne avevano fatto un bel trampolino di lancio.
Erano i giocatori, comunque, che andavano in campo ed era su di loro che i riflettori si puntavano.
Nel 1953/54, l'allenatore Bertolini aveva avuto a disposizione gente come Battara (andato in Serie A con Vicenza e Sampdoria), Ferrero, Marchioretto, Fracasso, Berruto, Segato (il fratello del nazionale), Romero, Bosco (il Gigi juventino), Vaira, Torchio, Gambertoglio, Francone (già del Torino e futuro presidente del Bacigalupo), Cafasso, Dante, Comoglio e lo stesso figlio di Gatto.
Questa squadra vinse un campionato di Promozione e si accinse a salire sul carro del semiprofessionismo.

Capitolo 4
Nel 1954 venne varata quella formazione che, nella categoria "Ragazzi", diede inizio ai veri trionfi del settore giovanile. Da Piombino arrivava Roberto Gori, il portierone toscano salirà tutte le vette del calcio italiano e militerà, per tre stagioni, anche nella Lazio. Si formava una coppia di terzini (belli i tempi dei termini semplici semplici!), Procacci e Menaldo, che farà stroia. Si instaurava l'era della stirpe Pedrazzoli ed alzava la testa quel virtuoso di Debei (a proposito, quale i ci mettiamo nel cognome?)
La formazione più gettonata era: Gori, Procacci, menaldo, Fantaluppi, Ricci, e Vanzetti (Matteo, dove sei ora?), Debei, Sannazzaro, Pedrazzoli, Demaria e Testa.
Nel giugno del 1955 il primo alloro è cosa fatta. Nelle finali di Bologna si aggiudicava il titolo tricolore battendo, in semifinale, l'Udinese e sconfiggendo l'Ostia di Roma per 3-1 nella gara decisiva.
Ma si era soltanto agli inizi e l'anno dopo la squadra si confermava (altro che meteora, come qualcuno, all'epoca, vagheggiava!).
Campionato 1955/56, sempre la categoria "Ragazzi", molti degli atleti tricolori sono gli stessi e Riccardo Pellini, il grande Plin per i tifosi di borgata, a condurre la brigata.
Nel frattempo il Presidente Gatto abbandonava le scene calcistiche e Borgogno si accollava la non facile incombenza di guidare la società.
Nominato Commissario Straordinario per un breve tempo, traghettava il club nel suo solito impeccabile modo e convinceva il commendator Cillario, consigliere del Torino Calcio, ad assumere la carica di Presidente.
La formazione che vinse il secondo scudetto, condotta da Pellini e curata da quel grande masseur che rispondeva al nome di Bazano, era composta soprattutto da Gori, procacci, Menaldo, Debey, Mina e Borca, Gionco, Pedrazzoli II, Geremia, Mazzanti e Torta con Gino Marchioretto e Testa a contorno.
Ma non si era ancora sazi, la fame di alloro è l'arma micidiale che cementava il Ceni. La stagione dopo, il 1957/58, c'è, forse, la vittoria più esaltante dell'intero ciclo d'oro della società di via Cesana.

Capitolo 5
Il Cenisia si aggiudica la Coppa nazionale Primavera e può fregiarsi di un emblema particolare, il tricolore a sbarrare lo scudetto in campo bianco.
Imporsi a 246 squadre di tutt'Italia e sconfiggere società professionistiche (Sampdoria, Atalanta, Padova: è poco?) e dilettantistiche con una nonchalance impressionante è merito ovviamente dei ragazzi, ma anche di un quadro dirigenziale eccellente: "Società compatta, completa, vertice saldo, vivaio di prim'ordine". Sono le parole di Borgogno, mica di un pifferaio qualsiasi!
"La Coppa primavera non è certamente il Campionato, ma non gli è neanche inferiore, è semplicemente qualche cosa di diverso. Insomma, per spiegarmi meglio, la Coppa Primavera sta al Campionato come la Coppa d'Inghilterra sta al Campionato inglese", diceva, ancora a quei tempi, Dario Borgogno.
L'entusiasmo è alle stelle, la compostezza di Molinari e del Direttore Tecnico Fusero, per una volta, va a farsi benedire: è una vittoria che vale mille punti per il Cenisia:
Era stato messo in piedi, infatti, un undici che, difficilmente, potrà trovare paragoni nel futuro. Soprattutto si formava una linea mediana che diventerà famosa negli anni: Conta, Mina, Di Gregorio! Secondo chi scrive, in questi tre ragazzi c'era il compendio del gioco del calcio. La grinta di Conta, l'autorità di Mina e l'eleganza di Di Gregorio. Si obietterà, ma su ottant'anni di Ceni non c'è mai stato di meglio? E' probabile, è vero, ma la compattezza di questi tre ragazzi è stata unica. Loro facevano la squadra, loro erano il collante. E poi esiste sempre quella scusante che ti fa dire: chi vinse di più, ma, soprattutto, chi vinse meglio?
Ricordate la formazione del 1957/58, quella che quasi sembrava uno scioglilingua, quella che Pellini aveva forgiato?
Rizzo, Aroasio, Cravero, Conta, Mina e Di Gregorio, Deasti, navone, Sasso, Pogi e Venturello, più Forte, Ferretti e De Francesco a condire il tutto.
Con Cillario e con Borgogno, comunque, la società continuava a primeggiare e il Cenisia insisteva in Serie D.
Ormai alcuni ragazzi erano passati in prima squadra e la formazione standard annoverava gente come Di Gregorio, Geremia, Gandiglio, Balzardi, Borca, Ferro, Pedrazzoli I e II, Cafasso, Aroasio e Francone.
Geremia, lo squalo delle aree di rigore, Aroasio o dell'eleganza, Francone, la cattiveria messa in un campo di calcio (non si fraintenda, per carità!). Ed allenatore era sempre Pellini.
Con il settore giovanile, si stavano mettendo le basi per un altro ciclo esaltante.

Capitolo 6
A Torino, nel 1961, si erano organizzate miriadi di manifestazioni sportive e culturali per festeggiare il Centenario dell'Unità d'Italia e, tra questi eventi, vi furono anche le finali nazionali del Campionato Juniores (non più categoria Ragazzi) per società professionistiche, semiprofessionistiche (era il caso del Cenisia) e dilettantistiche.
A giugno, allo Stadio Comunale, si concretizzò il mito! Per la terza volta il Ceni si aggiudicava un titolo italiano, a cinque anni dall'ultimo tricolore e a tre dalla Coppa Primavera. Era evidente che la casualità di due scudetti non c'entrava niente , era evidente che solo capacità organizzative e tecniche avevano permesso simili performances.
Nell'ambiente calcistico l'impresa fece scalpore. Con un nuovo allenatore, con nuovi giocatori, ma con la stessa dirigenza, il Cenisia si poteva fregiare del terzo scudetto italiano.
Giovanni Benedetto, il corretto, elegante, sapiente personaggio che ci ha lasciati pochi mesi or sono (ciao, Giovanni, ti ricorderemo sempre!), aveva potuto assemblare una squadra, intersecando la vecchia guardia con nuovi atleti provenienti da alcune società torinesi.
Cipro, il grande dirigente Luigi Cipro, l'accompagnatore Rosetta, Giuliano Molinari e, ovviamente Cillario e Borgogno furono gli artefici di questo successo organizzativo, prima che tecnico.
In quanto alla squadra vi diamo soltanto i nomi di coloro che la componevano, senza commenti di sorta. Come dire, basta la parola!
Pol, Crivellaro, Santhià, Liut, Zanelli, Depetrini, Chiarenza, Ferretti, Caratto, Virano e Laiolo. Nella semifinale, i ragazzi di Benedetto vinsero con la Solbiatese per 2-1, mentre in finale eliminarono il Pescara per 3-2 con reti di Chiarenza, Laiolo e Caratto.
Il 1961 fu anche l'anno del Cenisia in Nazionale. Beppe Zanelli, e Livio Voltolini furono convocati con la nazionale Juniores e si distinsero tra i tanti giocatori professionisti che frequentavano quella squadra. Non è mai più accaduto per nessuna squadra torinese, se si fa eccezione, ovviamente, per il Torino e la Juventus.
Ma non era finita, il settore giovanile del Ceni preparava di già i suoi nuovi eroi. In quella stagione, in occasione delle Finali Allievi, che all'epoca si svolgevano fra tutte le società, senza distinzione di serie d'appartenenza, il Cenisia eliminava la Juventus per 4-1, mentre nella settimana precedente aveva schiaffeggiato il Torino per 3-1.
Tenete a mente questa formazione: Colombo, Amur, Callegaro, Torassa, Lemonnier, Nicco, Fiandesio, Terreno, Stasi, Piutti, Guzzo. Allenatore? Un certo "Cochi" Sentimenti!
E la vita continua. Anche il Cenisia che, come quel famoso lupo, non perde il vizio.
Nel 1963, l'ultimo alloro tricolore a coronamento di un decennio che nessuna compagine dilettantistica potrà mai vantare.
IL ceni nel 1962 era ritornato tra i dilettanti e pertanto la finale della Juniores si svolse tra i pari categoria in quel di Firenze. La compagine viola era giunta a questo risultato dopo aver eliminato proprio a Vercelli, la Pro Firenze per 2-1 e nel capoluogo toscano si disfece del Quadraro Roma con un secco 2-0 che non ammetteva repliche.
Il Cenisia schierava: Riva, Torassa, Boazzo, Pederiva, Rossetti, Callegaro, Fiandesio (Piaser), Allisio, Stasi, Piutti, Lorenzato. Marcatori risultarono Piaser al 17' e Pederiva al 37' della ripresa.
Cosa dire ancora di questa gente? Vogliate soltanto notare i nomi di alcuni con quelli, allievi, di due stagioni addietro.
Anche se non era proprio l'ora di tirare i remi in barca, tuttavia grosse nubi si addensavano sulla società viola.
A volte sembra impossibile crederci, ma il destino ce lo disegniamo con le nostre mani. Ed il Ceni se lo progettò, inconsapevolmente, con due fatti gravissimi, anche se di differente peso l'uno dall'altro.
Alla fine della stagione 1962/63 lasciarono la società, per approdare a più ampie sponde professionistiche, sia Molinari che Dario Borgogno e nel 1964 periva in un incidente d'auto sull'autostrada Torino-Milano il presidente Cillario.
Non fu mai più la stessa cosa. Non fu mai più lo stesso Cenisia.
La società, forte dell'appoggio con il Torino che Cillario aveva concordato negli anni passati, elesse presidente l'ex giocatore granata Motto e per qualche stagione l'attività proseguì nell'anonimato. Ma sempre con decoro.
La cessazione della collaborazione con il Torino, avvenuta nel 1967, portò ad un crollo verticale che nessuno si sarebbe aspettat
o.





Capitolo 7
E dal 1968 il Cenisia entrò in crisi. Crisi nera. Non c'erano più dirigenti, proprio nel senso che mancava il numero, le sostanze economiche erano al lumicino, quei pochi rimasti si dovevano spaccare la schiena in quattro per star dietro ai tanti ragazzi che continuavano ad affollare via Cesana. Vernate, un grande appassionato di sport e del Cenisia da tanto tempo, aveva assunto la carica di Commissario Straordinario per verificare possibilità di rinascita. Ma senza una Presidenza, senza un Consiglio Direttivo, con quattro pur instancabili gatti a condurre la baracca, non c'era un gran margine di riuscita. Tutti coloro che contavano e che, in passato, avevano declamato la loro passione per le violette, si defilarono velocemente ed a Vernate non rimase che accettare la soluzione propostagli da un coriaceo dirigente calcistico, il presidente dell'Europa calcio, Corrado Parlagreco. Era il 1969. Parlagreco aveva fondato, da soli cinque anni, una società di calcio che aveva chiamato Europa. Si era circondato da un solido Consiglio Direttivo e già vantava un ottimo nucleo di giovani calciatori. Dalla sua, inoltre, aveva una modernità di intenti, una dinamicità proverbiale e tanta voglia di emergere, di compiere i passi adatti per far diventare l'Europa Cenisia, questa la nuova denominazione, una vera forza sportiva cittadina. Per ora si cominciava dalla Seconda Categoria, per il resto si doveva provvedere. Ma i tempi erano diversi, la gente era diversa, il volontariato, da solo, non bastava più. Arrivarono, sì, dirigenti capaci, ma mancava la mente eccelsa. Mancava, soprattutto, un Dario Borgogno. "Un parei - dicevano i vecchi calciofili di borgata - a nas tre volte ogni sent'ani. Un l'uma avulo nui, j autri dui a son da nauta part" (Uno così nasce tre volte ogni cento anni, uno l'abbiamo avuto noi, gli altri sono da un'altra parte). E si andò avanti alla meno peggio. Anzi qualche risultato, locale, lo si ottenne pure. Ma chi era abituato a Mina o a Di Gregorio, a Geremia o a Zanelli, a Gori o a Deasti, non poteva che fare paragoni struggenti. Dopo non molti anni, si era nel 1977, anche Parlagreco lasciò la cattedra e la società ritornò a chiamarsi semplicemente Cenisia, come da sempre. Nacque, quindi, il periodo presieduto da Ediliano Mazzoni, olimpionico a Tokyo nel tiro al piattello e si formò un Consiglio Direttivo che comprendeva il commercialista torinese Ferrero, Pietro Rossi, cui era affidata la gestione amministrativa dell'associazione, Andrea Cauda, Maurizio Negrati, Carlo Cortese ed altri. Alla Direzione Sportiva era stato chiamato Italo Ghibellini, ed anche grazie al suo apporto la società si distingueva, palesava quell'eleganza che è quasi insita nell'humus del club. Verso la fine degli anni ottanta, tuttavia, anche Mazzoni si metteva da parte e prima con il Presidente Mencarini, Sandiano e poi con la fusione della Associazione Sportiva con il Club Nephenta di Bersano, si instaurava un nuovo modo di fare calcio. Nel frattempo si era giunti all'inizio degli anni '90 e pareva davvero arrivato il momento della svolta. Il nuovo gruppo dirigenziale che aveva già militava in altre società amatoriali e che aveva, a quanto sembrava, un grosso seguito si offerse di prendere decisamente in mano la situazione per dare nuova linfa ed impulso manageriale al Cenisia e alla struttura sportiva di via Cesana. Sulle prime ci fu entusiasmo, poi alcuni passi, tanti passi più lunghi della gamba portarono al patatrac. I motivi, ancora oscuri agli attuali dirigenti, della grave debacle forse non si conosceranno con esattezza, fatto sta che l'impianto venne chiuso e sigillato. Tutto il Cenisia, proprio tutto, giocatori, dirigenti, divise da gioco, palloni e quanto ancora serviva al gioco del calcio si ritrovò in mezzo alla strada: letteralmente! Era l'aprile del 1995.

Capitolo 8
Fortunatamente, già all'inizio della stagione 1994/95, il Presidente del Comitato Regionale della FIGC, Salvatore Fusco, data la latitanza della precedente dirigenza, aveva nominato, quale Commissario Straordinario, l'attuale presidente Luigi Riccetti, esperto uomo di sport dal carisma indiscutibile, con il compito di verificare la reale situazione e di cercare di salvare un notevole patrimonio umano formato da giocatori e dirigenti e di salvaguardare i campionati in corso cui il Cenisia era iscritto. Neanche Riccetti, tuttavia, da solo avrebbe potuto fare un granché. La sua abilità consistette nel saper coagulare un ampio gruppo di genitori che si accollarono oneri e onori per uscire da una situazione disastrosa. Fu nominato un nuovo Consiglio Direttivo, con Riccetti presidente e ci si rimboccò le maniche per un tentativo di rinascita che ebbe un magnifico sviluppo ed una reale consistenza. Non bastano, comunque, queste parole a spiegare una resurrezione che avuto del miracoloso. E' subentrato qualcosa di più sottile, impalpabile ma epidermico. E' subentrata la fiducia in questo nuovo gruppo dirigenziale. Riccetti e l'avvocato Re, vere anime del Ceni, poterono muoversi con sicurezza perché avevano ottenuto via libera dall'approvazione, totale e incondizionata, che il gruppo rifondatore dei genitori aveva loro riservato; c'era stata stima reciproca. "la determinazione di alcuni familiari dei nostri ragazzi - dice ora Riccetti - è stata capace di farci compiere, con il sorriso sulle labbra, veri salti mortali, ci ha consentito di agire, anche sfacciatamente, per il benessere dei nostri tesserati" Re e Riccetti non lo dicono, ma è risaputo su quali e quanti problemi personali dovettero cavalcare per portare a casa una pagnotta di pane bianco! Ma la soddisfazione maggiore, i dirigenti del Cenisia la provarono quando poterono constatare l'attaccamento ai colori sociali e la comprensione della situazione da parte della stragrande maggioranza dei giocatori che, benché pressati da succulenti offerte provenienti da società consorelle, accettarono di fermarsi al Ceni, nonostante fossero liberi da qualsivoglia impegno. Ed hanno avuto ragione.

Capitolo 9
La società ha dovuto ripartire dalla Terza Categoria ma ha saputo subito farsi valere. Promossa in Seconda e vincente con ben tre categorie giovanili già nella stagione 1997/98, Juniores, Allievi e Giovanissimi, ha conquistato la Coppa Piemonte Allievi nella stessa stagione, mentre la Scuola Calcio con i suoi Pulcini si è palesata grande protagonista in vari tornei vittoriosi. Nel 1999 in occasione dell'ottantesimo anno dalla Fondazione il Presidente di Lega Avvocato Nizzola ha riconosciuto il titolo sportivo e la gloriosa casacca viola al nuovo Cenisia. Le violette delle diverse Categorie hanno saputo distinguersi sui campi un tempo solcati dai Mina, dai Torta e da tutti gli altri campioncini del Cenisia e nel 2003 è arrivata la promozione in Prima Categoria. Dopo un primo campionato di assestamento ecco la stagione trionfale nel 2004 - 2005: con Donato Santoli in panchina, la squadra viola del Presidente Riccetti è volata dodici anni dopo l'ultima apparizione e dopo un fallimento in Promozione. L'esaltazione collettiva sul campo di Roreto di Cherasco valeva bene l'entusiasmo già vissuto dai supporters viola in occasione di precedenti e forse anche più significative vittorie, con i mega bandieroni a garrire sulle strade del quartiere come ai bei tempi.
2005 Finale Play-Off 1a categoria
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I CAMPIONI D'ITALIA
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